“L’introduzione del quotidiano in classe mette in gioco l’idea stessa della
scuola, dei suoi compiti e delle sue funzioni. Innanzitutto viene a spostarsi la
catena del mantenimento che lega la cultura al libro e che esclude chi della
cultura del libro non fa parte. Imparare a leggere il quotidiano - nella sua
doppia accezione, di giornale ma anche di vissuto - è un primo passo per
imparare a leggere, cioè capire, la propria vita e il mondo in cui essa si
svolge, per imparare a sviluppare strutture di senso e di progetto, cioè
itinerari di presenza soggettiva al mondo.
Una seconda considerazione tocca al giornale come “educomunicatore”, “ risorsa
globale” in grado di operare significativamente su più piani di fare scuola:
dagli apprendimenti alle abilità, alle motivazioni, sempre avendo l’avvertenza
di controllare i possibili dispendi e, soprattutto, di non rincorrere la novità
a tutti i costi. Si tratta insomma di valorizzare un sapere extrascolastico,
sviluppando una capacità di lettura attiva e, al tempo stesso. riconoscendo a
questo sapere una sua dignità”.
Le parole di Cesare Scurati, esperto di scuola e di problemi giovanili,
evidenziano con efficacia una delle più riuscite iniziative culturali, “Il
quotidiano in classe”, che da alcuni anni caratterizza la scuola italiana e il
liceo “Siciliani” di Catanzaro.
L’esperienza, nel diluvio di progetti e progettini che sta affondando la scuola
italiana, è una delle più valide ed incisive e dal punto di vista didattico e
dal punto di vista culturale.
Gli alunni, infatti, dimostrano grande interesse e partecipazione nella lettura
e nella discussone di uno strumento di non sempre facile comprensione e talora
dagli stessi aprioristicamente rifiutato.
Lettura, analisi e commento di articoli tratti da quotidiani nazionali e locali
hanno costituito la base del progetto, che, per un’ora settimanale, ha coinvolto
per un biennio docente e alunni.
Molto efficaci si sono rivelate la lettura comparata e la successiva discussione
critica di contributi relativi allo stesso argomento e alla stessa notizia, le
varie interpretazioni, le varie angolazioni e le varie visioni e, talora, le
“manipolazioni” talora intervenute in quotidiani di diversa ispirazione e
orientamento, di partito, “indipendenti” e “pseudoindipendenti”.
Particolare attenzione è stata dedicata alla funzione e della stampa nazionale e
di quella locale, alle sue caratteristiche, ai suoi limiti, al suo linguaggio.
Ci si è resi conto anche dell’importanza delle notizie non pubblicate o
notevolmente ridimensionate.
L’iniziativa ha appassionato docente e alunni, ha contribuito alla scoperta di
un mondo spesso sconosciuto, ha avvicinato i giovani ad alcuni dei più
importanti problemi del nostro mondo, ha introdotto il dubbio, la discussione,
ha sviluppato la capacità critica, ha contribuito al miglioramento delle
capacità espressive.
“Il quotidiano - ha ancora notato Scurati, e non si può non convenire - appare
un medium fondamentale per ancorare la scuola alla propria realtà
territoriale,offrendo al tempo stesso quell’apertura sul mondo che evita
l’eccesso di particolarismo”.
31 maggio 2005
“È molto difficile trovare un incipit ad effetto”, è questa la frase con cui
Valentina, la giornalista che ha accolto e guidato le classi in visita alla
redazione, ha dato inizio alle innumerevoli spiegazioni e informazioni
riguardanti il mondo giornalistico.
I ragazzi si sono dimostrati, fin dall’inizio, molto interessati alle parole
della reporter che con molta prontezza ha prima spiegato pazientemente la
struttura della prima pagina di un quotidiano e la suddivisione dei compiti fra
i vari giornalisti e, in seguito, ha risposto con molta disponibilità alle tante
domande poste dagli alunni.
La curiosità dei ragazzi ha toccato svariati argomenti, dall’orientamento
politico del giornale, ai contratti, agli slogan pubblicitari, dall’importanza
della lettura del quotidiano in classe, allo stipendio di un giornalista
professionista.
Durante il dibattito, la giornalista ha voluto svelare ai giovani apprendisti i
segreti del mestiere ed ha ritenuto importante parlare dell’obiettività e
dell’indipendenza come requisiti fondamentali per chi ha intenzione di
intraprendere la difficile strada.
La visita si è conclusa con i tanti ringraziamenti dell’insegnante
accompagnatore Mario Casaburi e con quelli dei ragazzi che, entusiasti, hanno
voluto mettersi subito alla prova, accettando la proposta di scrivere un
articolo con la speranza che sarebbe stato pubblicato.
Sono stati momenti di intensa commozione quelli vissuti dagli allievi e dai
docenti della seconda C del liceo Scientifico “Siciliani” di Catanzaro nel corso
dell’incontro con lo scrittore Moisè Asta.
I giovani avevano letto e analizzato, nel corso dell’anno scolastico, l’ultimo
bel romanzo dell’autore di Soveria Mannelli, Sermòne e Poesia (così Soveria
Mannelli racconta se stessa….), l’incontro con Asta ha concluso l’interessante
Progetto Lettura, relativo ad un autore che richiamasse la Calabria, il suo
patrimonio culturale, civile e morale.
Asta, appassionato uomo di scuola, navigato ed esperto giornalista,
intellettuale profondamente impegnato e, soprattutto, profondo conoscitore della
sua terra d’origine e dell’uomo nella sua accezione più ampia, ha illustrato il
significato della propria opera, richiamando quella precedente, Trevvù, discussa
con gli stessi allievi nello scorso anno scolastico.
E’ venuta fuori una lezione di alto spessore umano e culturale, durante la quale
Asta ha illustrato il significato della propria opera, il ruolo
dell’intellettuale e della cultura, ha recuperato il composito mondo di Soveria
Mannelli, “ antichi ricordi di medici, avvocati, sacerdoti, docenti, pittori ed
artisti, giornalisti in erba, ex vigili urbani, ex custodi di camposanto,
commercianti”. Ha discusso l’autore anche di storia, di filosofia, di Croce,
delle metafore presenti nel romanzo, di amore per la Calabria, per il suo paese
di origine, di radici, di memoria storica, dell’impossibilità di conoscere il
presente senza lo studio del proprio passato, delle proprie origini.
In un silenzio irreale e con un coinvolgimento e una partecipazione attiva,
vivace e, spesso, commossa, gli alunni hanno letteralmente tempestato di domande
l’autore, mostrando di aver ben letto e ben assimilato personaggi, mondo,
valori, poetica, poesia, lingua, dialetto del romanzo.
E’ stata per tutti una giornata senza dubbio intensa, la letteratura si è fatta
“vita”, si è penetrati nell’affascinante mondo del romanzo di Asta. Lo scrittore
si Soveria Mannelli ancora una volta ha fatto rivivere nelle sue belle e
profonde pagine autentici momenti di vita e di passione civile e umana.
La scuola ha contribuito a “formare” efficacemente giovani e adulti: non è cosa
di poco conto, considerati i nostri attuali tempi.
1 giugno 2005
Tutto ha inizio con il progetto “Lettura in classe”, realizzato dal
professore Casaburi, che ha consigliato agli studenti il libro “Sermòne e
Poesia” di Moisè Asta.
Lo scrittore, invitato a scuola, si ritrova ancora una volta tra gli studenti,
tra la commozione e il ricordo degli anni in cui la sua vita era divisa tra
giornalismo e insegnamento. Asta si definisce semplicemente “uno che ama
scrivere”, uno che vuole lasciare una sorta di testamento a coloro che verranno
dopo.
Ritiene “grandi” gli autori, che, attraverso le loro opere, i loro libri inviano
messaggi ai lettori e considera l’umiltà il “mezzo” sicuro per diventare
“grandi” persone oltre che “grandi” scrittori.
Parla del suo libro come: “saggio romanzato”, nel quale non sono presenti solo
importanti uomini, ricordati da tutti, ma anche uomini semplici, che con la loro
quotidianità costruiscono giorno per giorno la storia.
“Sermone e Poesia” tratta di un amore platonico attraverso il quale i due
giovani protagonisti, la metafora è evidente, riescono a condividere il momento
più atteso, l’incontro all’interno della casa editrice Rubbettino, ritenuta
dallo scrittore un importantissimo centro per la crescita culturale del suo
amato paese, Soveria Mannelli, nel quale è ambientato l’intero racconto.
Sono state rivolte numerose domande all’autore da parte degli studenti, Asta con
parole semplici e ricche di commozione è riuscito a dare esaurienti risposte,
soddisfacendo le curiosità, i dubbi e le incertezze dei ragazzi.
La classe ha partecipato con grande interesse e coinvolgimento al dibattito sul
libro.
Nel pieno della conversazione è venuta la vicepreside, prof. Schipani, che,
attratta dall’entusiasmo dei ragazzi e dello stesso autore, ha deciso il
prossimo anno di ampliare il progetto all’interno della scuola.
“L’umiltà è la virtù dei forti”, con tali parole il nostro docente, Mario
Casaburi, ha evidenziato una delle doti principali di Moisè Asta, che mercoledì
scorso, tra i banchi del liceo scientifico “Luigi Siciliani”, ne ha dato
mirabile prova ai ragazzi, che lo hanno ascoltato con vivo interesse.
Per lo scrittore la felicità era tanta, altrettanta la commozione. Essere di
nuovo seduto su una cattedra, tra studenti che con attenzione seguivano le sue
parole, lo ha portato a girovagare nel tempo, tra i suoi ricordi più intimi,
quando ancora insegnava storia e filosofia al liceo classico “Galluppi “ di
Catanzaro.
Dalla voce traspariva un “briciolo “ di nostalgia per la scuola, che allo
scrittore ha dato sempre numerose soddisfazioni ed è stata, dopo la famiglia,
sempre al centro del suo cuore.
“Sermòne e Poesia”, la nuova fatica letteraria di Moisè Asta, racconta l’amore
quasi “platonico” di due ragazzi, appunto Sermòne e Poesia, che solo attraverso
sguardi, spesso fuggitivi, riescono a comunicare i loro sentimenti, i loro stati
d’animo.
Amore, però, è ostacolato dalle famiglie di appartenenza, che, come è noto,
circa mezzo secolo addietro era abbastanza possessivo, in particolare delle
figlie. Basta un bacio, un abbraccio, quando ormai i due “ragazzi” sono
diventati “grandi”, per dare un senso a tutti gli sguardi, le emozioni, i
sentimenti che i giovani hanno avuto fin dall’età adolescenziale.
Il caso vuole che i due diano un senso alla propria storia proprio nello
stabilimento tipografico “Rubbettino“ di Soveria Mannelli, che lo scrittore
considera come “il massimo strumento per forgiare la cultura”, il centro più
importante della comunità.
Moisè Asta rivela a tutti i giovani che il suo “saggio romanzato” è frutto di
una doppia deformazione professionale: la prima, quella del giornalista, che lo
porta sempre ad essere verista, quasi verghiano; la seconda, quella del
professore di filosofia, che lo spinge a scavare nella storia. Ecco perché lo
scrittore scrive che “Il saggio rappresenta l’immagine della mia esistenza”.
Le fonti per la stesura di Sermòne e Poesia sono state numerose. Tante sono
stati le riviste e gli articoli utilizzati, addirittura è stato consultato un
libro risalente al 1880, forse oggi l’unica copia esistente.
L’appuntamento con Moisè Asta è stato per i ragazzi dello scientifico un’
occasione di grande crescita formativa e culturale.
A conclusione dell’incontro lo scrittore ha lasciato a tutti un’ importante
lezione di vita, esortando a non dimenticare la storia, a non vivere solo nel
presente, a ricordare anche il passato. “Il mondo attuale - ha concluso - è il
prodotto di quello passato”.
IL QUOTIDIANO
Da qualche anno la scuola italiana, superando l’impostazione prettamente
nozionistica che talora la caratterizza, ha voluto rendere ancora più completa
la formazione degli alunni attraverso la partecipazione al progetto “ Il
quotidiano in classe”.
Anche il nostro istituto, il liceo scientifico “Siciliani” di Catanzaro, ha
promosso il progetto “Il quotidiano in classe”, con il fine ultimo di
appassionare e avvicinare gli studenti alla lettura di un importante mezzo di
comunicazione dell’attuale società, il quotidiano.
Il progetto didattico-formativo ha avuto una forte risonanza in tutto
l’istituto, ha prodotto viva partecipazione nella nostra classe, la seconda C, e
nella maggior parte dei ragazzi coinvolti.
Attraverso la realizzazione del progetto ci si è proposto il raggiungimento dei
seguenti obiettivi:
-conoscere impostazione e caratteristiche dei quotidiani;
-far acquisire agli studenti l'abitudine a leggere i quotidiani, analizzandoli
nei loro linguaggi specifici;
-aprire gli alunni alle più importanti problematiche della nostra epoca;
-favorire l’arricchimento lessicale;
-saper decifrare e decodificare i messaggi;
-saper conoscere i fatti, analizzarli, individuarne i principali aspetti;
-essere in grado di cogliere il ruolo dei quotidiani e il significato
dell’informazione.
Per tutto l’anno scolastico, all'interno dell'orario curriculare, abbiamo
dedicato un'ora settimanale alla lettura di alcune delle più importanti testate
nazionali e regionali, La Repubblica, Il Corriere della Sera, Il Sole-24 ore, La
Gazzetta del Sud, Il domani, Il quotidiano.
La proposta di lettura del quotidiano in classe e la conseguente attenzione alle
forme espressive del linguaggio giornalistico ci hanno consentito di trovare
valide risposte ad istanze di vario tipo: culturale , metodologico e ,
soprattutto, critico. Abbiamo, infatti, sperimentato nella quotidiana pratica
didattica l'utilità della lettura del giornale per la formazione di “teste
pensanti” - come ci ripete spesso il nostro insegnante di lettere, Mario
Casaburi - e per l'acquisizione di un linguaggio comunicativo rapido ed
efficace.
L'attività, che ha coinvolto tutta la classe, si è svolta in vari momenti.
Abbiamo iniziato dalla lettura dei quotidiani proposti, ma anche di altre
testate, dall'analisi dei linguaggi, dalla comparazione delle stesse
informazioni su giornali di opposti orientamenti ideologici e culturali. Con
l’aiuto dell’insegnante abbiamo confrontato quotidiani di orientamento politico
differente, provando a trovare, e riscontrando effettivamente, analogie e
differenze, a volte anche molto significative.
Abbiamo approfondito le notizie, le abbiamo più volte rilette per comprenderne
meglio il significato e il messaggio veicolato e, infine, le abbiamo fatte
nostre, usandole spesso come strumento di ricerca e momento di riflessione.
Abbiamo individuato dei “filoni” per seguire gradatamente le vicende e per
cercare di comprendere meglio il mondo in cui viviamo, fatto di cose belle ma
afflitto anche da tanti episodi di violenza, corruzione e malvagità. Per questo
abbiamo scelto importanti aspetti della nostra società, soffermandoci su alcuni
dei più importanti problemi nazionali e mondiali.
La discussione ha di volta in volta toccato l’ambito politico (la “finanziaria”,
il governo Berlusconi, il governo spagnolo di Zapatero), sociale (il problema
ambientale, i diritti umani, l’elezione del nuovo pontefice, la povertà del
Terzo Mondo), culturale (la morte del poeta Mario Luzi, il fascismo, la
televisione spazzatura). Tra gli altri argomenti, abbiamo rivolto particolare
attenzione alla realtà della scuola e alla riforma Moratti.
Tutti ci siamo messi alla prova, cercando di esprimere le propri opinioni e
confrontarsi con quelle altrui. Abbiamo compreso che la nostra società,
consumistica all’eccesso, attenta soltanto all’apparenza, è destinata ad avere
un problematicissimo futuro.
A piccoli gruppi, o individualmente, abbiamo anche scritto articoli,
inizialmente rielaborando e riassumendo quelli letti e, successivamente,
componendo testi originali in una forma giornalistica.
Un quotidiano non va solo letto, ma anche interpretato. Grazie all’opera del
nostro insegnante di lettere, ci siamo appassionati al progetto, dedicandogli
anche una parte del nostro tempo libero.
L’iniziativa ha fatto sì che il giornale diventasse un oggetto di studio, che va
scomposto, ricomposto, analizzato nelle sue strutture portanti, interrogato,
criticato.
Il lungo percorso ci ha portato a riflettere sulla corruzione delle istituzioni,
sulle ingiustizie e sull’indifferenza che molti mostrano di avere nei confronti
di gravissimi problemi, che possono essere risolti soltanto con la
collaborazione e il rispetto reciproco.
Ci siamo resi conto che la lettura del quotidiano allarga le possibilità di
approccio ai testi, con una molteplicità di forme e strutture, sviluppa le
capacità di comprensione ed arricchisce linguisticamente.
Ora siamo anche in grado - ma la strada è ancora molto lunga - di utilizzare il
giornale quasi come un libro di testo, che cambia ogni giorno, che costituisce
una sorta di lezione di storia e di educazione civica, che ci consente di vivere
consapevolmente il nostro tempo, di restare ancorati alla realtà che ci
circonda, di interrogarci sul mondo che cambia, di farci una personale opinione
sui diversi avvenimenti, di partecipare attivamente a tutto ciò che accade
intorno a noi, diventando, quindi, soggetti in grado di modificare e di non
subire la realtà.
Ci riteniamo molto soddisfatti del lavoro svolto: grazie al “Quotidiano in
classe” ora guardiamo il mondo con occhi forse più maturi, sicuramente più
critici, riuscendo ad andare oltre alle semplici parole impresse su un foglio di
carta.
21 maggio 2005
Il desiderio delle donne è riappropriarsi dell’identità culturale partendo
dalla rivisitazione dei miti.
Non è un caso che le prime divinità siano donne: come dire che la creazione del
mondo sia tutta femminile. La divinità femminile nasce, però, da un fatto
concreto: il potere, che hanno le donne, di procreare. Quest’ultimo deve essere
apparso, all’altro sesso, un potere inspiegabile, troppo forte. Bisognava
inventare un ordine maschile che superasse la potenza derivata alle donne dalla
procreazione. Da qui deriva la dicotomia tra naturale-istintivo per le donne e
superiore-razionale per gli uomini.
Rivisitare il mito serve a ritrovare le radici culturali delle donne del
Mediterraneo fortemente radicate alla terra e al mare: donne in quanto madri,
donne in quanto portatrici di una cultura, la cultura del fare, del coltivare,
della propensione alla pace, donne miti e forti, donne che urlano contro la
violenza, donne che da sempre hanno costruito la politica dei sentimenti.
Il progetto politico, che potrebbe creare un luogo e un tempo di incontro per le
donne del Sud e del Mediterraneo, dar loro la possibilità di scambiare idee,
progetti, desideri e concretizzarli, in un nuovo “mondo di vita”, e nella
dimensione privata come in quella più largamente culturale e sociale, potrebbe
espandersi in più direzioni:
- quella profonda, attraverso una rivalorizzazione, in chiave moderna, degli
antichi mai sopiti, saperi delle donne;
- quella culturale, attraverso la rivisitazione dei miti, delle leggende e di
tutto il patrimonio legato alle figure femminili del mondo mediterraneo;
- quella economica, attraverso l’elaborazione dei progetti che rivalutino tutte
le risorse locali, in un’ottica di ripensamento delle politiche globali di
sviluppo;
- quella sociale, attraverso l’elaborazione e la concretizzazione di un modello
di nuova società basata sull’incontro creativo tra antichi e nuovi modelli
sociali di cultura femminile;
- quella politica ed istituzionale, attraverso la promozione di una maggiore
presenza delle donne nei luoghi decisionali.
Sin dall’antichità sono sempre esistiti forti divari tra il mondo femminile e
quello maschile. Per questo motivo le pari opportunità divennero, intorno agli
anni ’40 in Svezia e in seguito in Italia, una grande conquista per gli abitanti
del mondo.
Per raggiungere questo obiettivo, le donne, che hanno preceduto la generazione
attuale e quelle precedenti, hanno dovuto lavorare e “combattere” con tutti i
mezzi a loro disposizione.
In Calabria le maggiori differenze per sesso si presentano nel mondo del lavoro,
dove le donne appaiono maggiormente penalizzate rispetto agli uomini.
In un contesto segnato da difficoltà generalizzate di accesso al lavoro, la
condizione femminile appare in Calabria maggiormente penalizzata rispetto a
quella maschile.
I dati regionali mostrano, infatti, come il tasso di attività femminile in
Calabria sia di oltre 10 punti al di sotto del pur basso valore nazionale e
circa la metà del tasso di attività maschile.
La limitata propensione femminile a presentarsi sul mercato del lavoro è in gran
parte dovuta ai comportamenti delle donne a bassa istruzione e in parte alle
donne dotate di diploma; diversamente le donne ad altissima scolarizzazione
sembrano insistere sul mercato del lavoro a livelli rilevanti (76,2% delle
laureate ) e comparabili con quelli maschili (84% dei laureati ).
Il quadro è ancora più preoccupante in riferimento al tasso di occupazione
femminile in Calabria. Quest’ultimo è meno della metà del già basso tasso
maschile (15,2% contro 36,4% ). Altrettanto significativo appare lo scarto tra
propensione delle donne a presentarsi sul mercato del lavoro e tassi di
occupazione femminile. Di fatto, a fronte di un tasso di attività femminile del
22,9%, il tasso di occupazione è del 15,2%.
Altrettanto preoccupante è la situazione relativa alla disoccupazione. Il numero
assoluto di persone in cerca di lavoro di sesso femminile in Calabria è pari,
nel ’98, a 97 mila, mentre le persone in cerca di occupazione di sesso maschile
sono 93 mila. Il valore è in entrambi i casi in aumento rispetto al ’95.
In termini di tasso di disoccupazione la comparazione tra i due sessi evidenzia
un forte squilibrio. Il tasso di disoccupazione femminile risulta, infatti, pari
al 38,7%, quello maschile al 20,4%.
L’articolazione settoriale mette in evidenza le notevoli differenze nella
“qualità” dell’occupazione maschile e femminile.
Oltre i 3\4 delle donne sono impiegate nel terziario; più del 50%, inoltre,
fanno parte del terziario non commerciale. Gli uomini occupati nel terziario
ammontano invece al 63,8% del totale.
Anche nel settore agricolo prevale l’occupazione femminile. E’ invece nel
settore industriale che la presenza femminile è quasi irrilevante (4,5% )in
confronto a quella maschile.
Per quanto riguarda la rappresentanza femminile ai vertici della politica, si
rileva una situazione ancor meno incoraggiante: alla fine del mese di settembre
2003 sono presenti 2 donne su un totale di 23 ministri. Occupano i ministeri
dell’Istruzione e per le Pari Opportunità; sei sono le sottosegretarie su un
totale di 56.
Non molto differente la situazione relativa agli organi di governo provinciale:
su un totale di 100 presidenti solo 4 sono donne.
Più elevata è, invece, la quota di donne che riveste la carica di assessore
provinciale: il 13,6% del totale.
La Calabria, con il 15,9%, si colloca al sesto posto della graduatoria con 7
donne su un totale di 44 assessori provinciali.
La nostra regione è una delle 7 in cui è presente una donna al governo di una
città capoluogo. La ripartizione per genere degli organi di giunta vede una
quota di donne pari al 14,4% e, cioè, su un totale di 1023 assessori comunali,
148 sono donne. La Calabria occupa il quarto posto con il 19,6% insieme con
Umbria e Lazio.
Inferiore risulta essere la quota di donne presenti nei consigli comunali: su un
totale di 4028 consiglieri, appena 457 sono donne, vale a dire l’11,23%.
Le istituzioni comunali più “permeabili”alla partecipazione femminile sono le
regioni del Nord. In ultima posizione è la Calabria ( 6,5% ).
Da un’analisi complessiva e comparata dei risultati rilevati nei diversi
contesti territoriali italiani emerge, in tutta la sua evidenza, il divario
esistente tra le realtà regionali del Nord e quelle delle altre aree del Paese,
del Sud in particolare. In coda alla classifica, infatti, si collocano quasi
tutte le regioni del Mezzogiorno, penalizzate, oltre che da un basso grado di
partecipazione dei propri residenti alla res publica, da un comprovato
atteggiamento di chiusura riguardo l’universo femminile.
La maglia nera spetta decisamente alla Calabria ( 106,9 punti ), le sue migliori
performances non vanno oltre il penultimo posto raggiunto nella classifica
relativa al tasso di partecipazione politico elettorale.
Una figura particolarmente importante in politica è quella di Consigliera di
Parità, che svolge un ruolo fondamentale per la promozione dell'occupazione
femminile, la prevenzione e la lotta contro la discriminazione nell'accesso,
nella formazione e nello svolgimento del rapporto di lavoro. Ha, quindi, un
ruolo di tutela, da un lato, e di promozione attiva dall'altro. È una figura
istituzionale nominata dal Ministero del Lavoro, che tutela la posizione
lavorativa delle donne, incidendo sulle situazioni che sono di ostacolo alla
realizzazione della piena parità uomo-donna sul lavoro. (legge 125/91 e legge
196/2000).
Nell'esercizio delle sue funzioni è un pubblico ufficiale che ha l'obbligo di
segnalare all'autorità giudiziaria i reati di cui viene a conoscenza.
Il suo servizio è rivolto a tutti i lavoratori, in particolare ad ogni donna che
abbia subito discriminazioni sul lavoro, che voglia avere maggiori informazioni
sui suoi diritti, sapere quali Enti ed Organizzazioni possono aiutarla nella
formazione professionale.
Lo scopo è eliminare le disparità di fatto di cui le donne sono oggetto nella
formazione scolastica e professionale, nell'accesso al lavoro, nella
progressione di carriera, nella vita lavorativa e nei periodi di mobilità.
Appare evidente che è necessario promuovere l'inserimento delle donne nelle
attività, nei settori professionali e nei livelli nei quali esse sono
sottorappresentate ed in particolare nei settori tecnologicamente avanzati ed ai
livelli di responsabilità.
E’ anche necessario favorire, mediante una diversa organizzazione del lavoro,
delle condizioni e dei ritmi di lavoro, l'equilibrio tra responsabilità
familiari e professionali ed una migliore ripartizione tra i due sessi.
Quest’anno abbiamo iniziato lo studio dei classici latini, il primo autore
presentato dal nostro insegnante è stato Catullo, che ci ha particolarmente
colpito per il tema dell’amore. Ma ancor di più siamo rimasti stupiti e in
qualche modo affascinati dalla figura di Lesbia, la bella e ambigua donna amata
dal nostro scrittore, in quanto non ci saremmo mai aspettati un’indipendenza ed
una libertà di costumi da parte di una donna appartenente ad una società di
oltre duemila anni.
Abbiamo così iniziato a curiosare nella vita dei romani, nelle loro case, li
abbiamo seguiti passo passo, attimo per attimo nella loro quotidianità,
studiandone abitudini, costumi, leggi, passatempi e molto altro ( in verità
l’anno scorso avevamo, in venti ore extracurriculari, studiato alcuni aspetti di
vita romana).
Dobbiamo, però, ammettere di aver incontrato non poche difficoltà lungo il
nostro percorso.
In un primo momento ci siamo serviti di internet e ci siamo subito resi conto
che i contributi erano ripetitivi e poco “consistenti” (il nostro insegnante ci
aveva in proposito avvertito). Senza scoraggiarci siamo passati alla classica
fonte di cultura: i libri. Abbiamo letto in italiano e abbiamo tradotto -
utilizzando talora l’interessante e piacevole “contrastiva” - brani di Catone,
Catullo, Sallustio, Livio,Valerio Massimo, Marziale relativi a varie figure di
donne. Abbiamo, poi. letto i testi sulla vita romana di Ugo Enrico Paoli e di
Carcopino, quelli di Eva Cantarella, L’ambiguo malanno e Passato prossimo, e
alcune interessanti pagine sulla donna a Roma della Cenerini e di Franciosi.
Dobbiamo ammettere che non è stato facile studiare e organizzare tante
informazioni e tanti aspetti. Nonostante tutto, siamo riusciti a soddisfare la
nostra curiosità e il risultato...,beh, potete giudicare (modestia a parte…, )
voi, ci ha soddisfatto”.
Sono queste le considerazioni, ricche di humour e di consapevolezza delle
inevitabili difficoltà incontrate, fatte da un gruppo di allievi di un liceo
scientifico su un lavoro condotto in ore curriculari con un notevole impegno e
con una profonda curiosità. Gli alunni si sono avvicinati ai testi latini con
un’iniziale diffidenza e con limitato interesse. La scelta di Catullo si è
rivelata felice per adolescenti di 14/15 anni, che si sono meravigliati del
disinvolto comportamento di Lesbia e sono stati attratti dal mondo interiore e
dai profondi sentimenti del poeta veronese.
Ci si è anche cimentati nella traduzione contrastiva, che ha prodotto negli
allievi un
profondo coinvolgimento, anche emotivo e linguistico, nell’approccio ai testi
latini prescelti.
Si è successivamente fermata l’attenzione sui alcuni versi di Ovidio dell’Ars
amatoria e dei Medicamina faciei femineae, sugli splendidi ritratti di donne
disegnati da Marziale e su figure femminili anche di altre epoche, la fattoressa
di Catone, ad esempio, Sempronia, Porcia,
Abbiamo seguito la donna romana nei suoi momenti più importanti dalla nascita
alla morte
Nel dies natalis, il giorno della nascita, il neonato veniva sottoposto al rito
del riconoscimento. Era deposto ai piedi del pater familias, che con un gesto
manifestava la sua volontà: se faceva l’atto di sollevarlo, era riconosciuto,
altrimenti veniva esposto nella pubblica via dove poteva morire di fame e di
freddo. Trascorsi i primi giorni di vita, aveva luogo il rito di purificazione
con acqua (lustratio). Parenti ed amici di famiglia portavano doni ed i genitori
attribuivano il nome al neonato. Al collo del maschio era appesa la bulla,
pendaglio d’oro che conteneva all’interno una formula contro il malocchio; le
bambine ricevevano in dono le pupae, le bambole, ed accessori forse di uguale
valore scaramantico della bulla.
Nei primi anni la fanciulla si aggirava nella sua domus, giocava con i dadi, il
cerchio, le noci. Le ragazze di buona famiglia, dopo i primi studi, continuavano
privatamente a istruirsi sotto la guida dei praeceptores, che le istruivano
nella letteratura greca e latina; contemporaneamente imparavano a suonar la
cetra, a cantare, a danzare e a ricamare.
Il matrimonio costituiva l’altro, importante momento della vita della donna
romana.
Nel giorno stabilito per la celebrazione del rito la nubenda vestiva una tunica
senza orli e un mantello color zafferano, ai piedi sandali della stessa tinta,
intorno al collo una collana di metallo. Sulla testa c’era un velo color arancio
fiammeggiante, sul velo era poggiata una corona intrecciata di maggiorana e di
verbena al tempo di Cesare e di Augusto, più tardi di mirto e di arancio.
Dopo lo scambio del reciproco consenso seguiva una grande festa che cessava al
finir del giorno, quando era venuto il momento di sottrarre la sposa agli
abbracci della madre e trasportarla nella casa dello sposo.
La moglie infedele andava cacciata di casa entro tre giorni. Le veniva tolta la
metà della dote ed un terzo del patrimonio. Non poteva più sposarsi, fuori casa
tutti la disprezzavano. Alla matrona tutto questo non accadeva, era fedele al
marito e non le era necessario fare come la Lucrezia di Livio, che, oltraggiata,
presenti il padre e il marito, cultrum, quem sub veste abditum habebat, in corde
deficit prolapsaque in vulnus moribonda cecidit.
Anche la nostra “festa della mamma” aveva un suo “corrispettivo” nell’antica
Roma. Due erano i ruoli della donna all’interno della famiglia: moglie e madre.
La moglie era in ogni età compagna e cooperatrice dell’uomo; gli stava vicino
nei ricevimenti e nei banchetti e divideva con lui l’autorità sui figli e sui
servi. In casa si occupava principalmente dei lavori femminili, sorvegliava e
guidava le schiave e si dedicava al ricamo e filava.
I figli costituivano il fine principale del matrimonio. La maternità,
nell’antica Roma, era molto rischiosa e per le madri e per i nascituri: l’alta
mortalità infantile era una grave piaga sociale, un’alta percentuale di donne
moriva durante il parto o per le sue complicanze. Le matrone dovevano allattare
personalmente i loro figli, in età imperiale era deprecata la loro abitudine di
far allattare i figli alle nutrici.
Senza ombra di dubbio la madre più famosa di tutta l’antica Roma è Cornelia, la
quale, rivolta ai figli, haec, inquit, ornamenta sunt mea.
Attraverso la lettura di epigrafi è possibile avere un efficace quadro delle
virtù femminili. Nella prima parte di un’epigrafe dell’età di Tiberio, ritrovata
a Roma, la defunta si rivolge a chi passa davanti alla sua tomba e dice di avere
posseduto bellezza e grazia e di essere stata istruita in tutte le arti. Un
altro epitaffio riflette invece l’arco di un’esistenza brevissima, conclusasi a
25 anni al momento del parto.
Le donne erano libere di uscire, fare visita alle amiche e frequentare luoghi
pubblici. Per sfuggire alla calca, i romani e le romane passeggiavano lungo le
zone più famose dell’Urbe: i Fori, le Basiliche, i giardini, le terme. Di questi
luoghi di ritrovo si occupa anche Ovidio nell’Ars amatoria, quando dà consigli
agli uomini su quali fossero i posti più favorevoli per “l’adescamento” delle
donne: fora conveniunt (quis credere possit?) Amor, i teatri, dove invenies quod
ames, quod ludere possis, e il circo, nec te nobilium fugiat certamen equorum.
La morte e il seppellimento del cadavere erano per i romani occasione di riti
complessi, qualcuno è rimasto anche nei tempi nostri, specie quelli suggeriti da
un delicato senso di pietas verso il defunto: quando il malato stava per morire,
lo si deponeva sulla nuda terra e uno dei suoi cari raccoglieva con un bacio
l’ultimo respiro e gli chiudeva gli occhi.
Esalato l’ultimo respiro, seguiva la conclamatio, i presenti, cioè, chiamavano
ad alta voce il defunto, poi cominciava la preparazione del cadavere: le donne
lo lavavano con acqua calda e, dopo averlo unto con unguenti e aver proceduto a
una specie di imbalsamazione provvisoria, lo vestivano, lo componevano sul letto
funebre e lo esponevano in pubblico nell’atrio. Sotto la lingua del morto si
metteva una piccola moneta, il “pedaggio” destinato a Caronte.
Intorno alla salma ardevano lampade e candelabri: sul cadavere si deponevano
fiori, corone e bende. In segno di lutto si spegneva il fuoco del focolare, le
donne di famiglia ripetevano a intervalli pianti e lamenti, si strappavano i
capelli e le vesti, graffiandosi e percotendosi il petto.
L’ideale di bellezza nell’età augustea era costruito da una donna alta, non
troppo magra, con seno abbondante; la carnagione prediletta era rosea,
particolare attenzione era rivolta verso le mani, che dovevano essere ben curate
e con dita affusolate.
Anche il colore delle vesti veniva liberamente scelto in base alla carnagione.
Tra le romane non ebbe mai fortuna la moda dei capelli corti. Le giovinette si
pettinavano molto semplicemente, raccogliendo i capelli in un nodo cadente sulla
nuca o in trecce.
Cosmetici e profumi erano prodotti con sostanze vegetali, minerali ed animali.
Per i profumi erano utilizzati fiori, olio di mandorle dolci, dall’Oriente
giungevano unguenti preziosi. I denti erano puliti con polvere di corno.
Col passar del tempo le donne romane si emanciparono, alla fine della repubblica
alla madre, al pari del padre, era riconosciuto il diritto formale del rispetto
dei figli. E’ certo che la donna romana godeva, nei tempi che si stanno
trattando, di una dignità e di un’autonomia equivalenti a quelli che il
femminismo contemporaneo ha rivendicato.
Il modello negativo forse più celebre è rappresentato da Clodia, sorella del
famoso tribuno Clodio, donna piena di fascino e spregiudicatezza, che ebbe
numerosi amanti, tra cui il poeta Catullo.
I secoli fra il principato e l’impero videro un grande cambiamento nello stile
di vita delle donne romane, che non erano solo “emancipate”, ma spesso anche
corrotte.