DANTE, PETRARCA E BOCCACCIO

DANTE ALIGHIERI

Poeta italiano (Firenze 1265-Ravenna 1321). Nacque da Alighiero di Bellincione e da Bella in una famiglia di piccola nobiltà cittadina (il trisavolo Cacciaguida, cavaliere di Corrado II, era morto nella crociata del 1147) non fornita di larghe risorse. Perduta nell'infanzia la madre, promesso dal 1277 a Gemma Donati (il matrimonio avvenne intorno al 1285), visse adolescenza e giovinezza nelle occupazioni consuete ai giovani del suo ambiente: studi grammaticali e retorici, amicizie letterarie, incontri con personaggi affermati della cultura del tempo. Primo fra questi il guelfo Brunetto Latini, massimo esponente della cultura retorico-enciclopedica del Duecento, al quale era dovuta la divulgazione in Firenze dell'enciclopedismo francese. Altra componente culturale del tempo, la cosiddetta scuola poetica "siciliana", e poi dei rimatori siculo-toscani, fra cui ebbe grande spicco la personalità artistica di Guittone d'Arezzo: letture di questo tipo influenzarono il primo momento poetico di D. e lo disposero al fondamentale incontro (1283) con un altro poeta, già affermato e maggiore d'età, Guido Cavalcanti, definito nella Vita nuova "primo amico". In questi anni l'esperienza letteraria e la vita stessa del poeta ricevettero un'impronta originale e incancellabile dall'incontro con Beatrice Portinari: momento vitale, il cui significato è chiarito dalla Vita nuova. La morte della donna amata (1290) e la ricerca di un conforto al proprio dolore avviarono D. a una più profonda meditazione e a più ampi studi di filosofia cui seguì ben presto (1295) la partecipazione alla vita pubblica. Egli aveva già servito il Comune (1289) combattendo a Campaldino (contro Arezzo) e a Caprona (contro Pisa); ma, nella guelfa Firenze divisa in parte nera (capeggiata dai potenti Donati e sostenuta dal papa) e parte bianca (guidata dai Cerchi, più moderati e fautori d'una politica autonoma), Dante, aderendo spontaneamente ai Bianchi e opponendosi all'ingerenza di Bonifacio VIII nella vita cittadina, primeggiò tra i responsabili della politica fiorentina. Ambasciatore del Comune a San Gemignano e priore nel 1300, venne inviato in ambasceria presso il papa nel 1301, quando Carlo di Valois (ufficialmente paciere tra le parti, ma occulto sostenitore dei Donati) si avvicinava a Firenze. Con l'entrata di Carlo in città i Neri conquistarono il potere: nel 1302, accusato di baratteria, D. venne condannato prima all'esilio e poi alla morte. Bandito, egli fu tra i firmatari, a San Godenzo, del patto con gli Ubaldini per muovere guerra a Firenze; cercò quindi aiuti per i fuorusciti a Forlì e a Verona e sperò infine, inutilmente, nella pacificazione delle parti tentata nel 1304 dal cardinale Niccolò da Prato. Staccatosi dai compagni, D. non partecipò a un tentativo armato contro Firenze (La Lastra, luglio 1304) e cominciò le solitarie peregrinazioni per ogni parte d'Italia. Tra il 1304 e il 1306 fu a Bologna: lì prese a comporre il De vulgari eloquentia e il Convivio, che segnano l'ulteriore allargarsi e approfondirsi di interessi culturali e civili. Dopo un soggiorno in Lunigiana presso i Malaspina (1306), D. fu a Lucca (1308), indi in Casentino. In quello stesso anno l'elezione di Enrico di Lussemburgo a imperatore fece rinascere le speranze dell'esule, convinto che il disinteresse dei passati imperatori e la prolungata vacanza dell'impero fossero cause determinanti del disordine politico e morale d'Italia e d'Europa e che la venuta in Italia di Enrico VII avrebbe riportato l'ordine e la pace. Ma la morte di Enrico (1313), dopo che la sua missione era stata avversata, oltre che da Firenze, dalla curia papale e dal re di Napoli, troncò ogni sogno di pacificazione; e D., intorno al 1316, riparò a Verona, presso Cangrande della Scala, e più tardi a Ravenna, presso Guido da Polenta: qui egli compì la Commedia (v. Divina Commedia) e qui lo raggiunse la morte, il 14 settembre 1321. 

 

FRANCESCO PETRARCA

Poeta italiano (Arezzo 1304-Arquà 1374). Figlio di Eletta Canigiari e del notaio fiorentino ser Petracco, che era stato bandito nel 1302 da Firenze dopo la vittoria dei guelfi neri, considerò sempre Firenze come la sua vera patria di origine, anche se rinunciò a ritornarvi quando, a opera di Boccaccio, i Fiorentini lo invitarono, promettendogli i dovuti onori e la restituzione dei beni confiscati al padre. Dopo aver trascorso i primi anni nel podere paterno dell'Incisa e dopo un anno di studi a Pisa, nel 1311 seguì il padre ad Avignone, allora sede del pontefice, dove ser Petracco, perduta ogni speranza di un ritorno a Firenze, aveva trovato lavoro. Suo primo maestro fu Convenevole da Prato: avviato, per imposizione del padre, agli studi giuridici, frequentò l'Università di Montpellier e poi quella di Bologna (1320-26). Tuttavia il suo appassionato interesse per le lettere prevalse sulla volontà paterna: fu attratto dalla lettura dei classici latini, specialmente Cicerone e Virgilio, e questo spiega perché non conseguì alcun titolo accademico. La permanenza a Bologna, dove l'aveva accompagnato il carissimo fratello Gherardo, gli servì per conoscere a fondo la poesia in volgare, specialmente la lirica del "dolce stil nuovo". Tornato in Provenza nel 1326, abbandonati gli studi giuridici, prese gli ordini minori che, senza imporgli obblighi ecclesiastici, gli permisero di ottenere incarichi e canonicati redditizi. Frequentò la raffinata corte avignonese e ad Avignone, il 6 aprile 1327, un venerdì santo, nella chiesa di S. Chiara, vide per la prima volta Laura (forse la figlia di Audiberto di Noves, sposa di Ugo de Sade, o Laura di Sabran, o Laura Colonna), figura dominante e fulcro d'ispirazione della sua esperienza poetica. In quello stesso tempo si approfondirono gli interessi del P. umanista: non seppe mai bene il greco, che studiò soltanto molto più tardi, ma, come tutti gli uomini colti del tempo, P. fu padrone del latino e vide nell'antichità classica un modello insuperato di vita al quale fare riferimento per ricostruire una vera cultura. Cicerone, Virgilio e Seneca furono i suoi maestri ideali e molti furono i testi classici che P. riportò amorosamente alla luce: nel 1333 scoprì a Liegi l'orazione ciceroniana Pro Archia. Era stato intanto assunto (1330) come cappellano di famiglia dal cardinale Giovanni Colonna, fratello di Giacomo, l'amico carissimo degli anni bolognesi. Furono quelli anni di grandi fermenti: la sua natura inquieta, curiosa di uomini e di cose, lo spinse a viaggiare in tutta Europa (Francia, Fiandre, Brabante, Renania). Ma l'ambizione, la felicità nello studio, i primi successi non vinsero l'inquietudine e la malinconia di Petrarca. Nel 1333 il frate agostiniano Dionigi di Borgo San Sepolcro gli fece dono di una copia delle Confessioni di Sant'Agostino, che fu da allora in poi uno dei testi fondamentali della vita del poeta, come egli narra nella famosa lettera indirizzata appunto a Dionigi (Familiares, IV, 1): in una dura ascensione sul Monte Ventoso, quando il paesaggio si stese davanti ai suoi occhi, P. aprì a caso le Confessioni e lesse: «vanno gli uomini ad ammirare gli alti monti, i gonfi flutti del mare, il lungo corso dei fiumi, l'immensità dell'oceano, la rivoluzione degli astri, e di se stessi non prendono cura». Era il richiamo cristiano all'interiorità, ciò di cui il poeta aveva bisogno: perciò si rifugiò a Valchiusa, in Provenza, portando con sé i suoi libri in quella serena dimora solitaria, che rimase il suo paesaggio dell'anima per il resto della vita, spinto da un'ansia mondana, assumendosi vari incarichi diplomatici e tuttavia sempre dominato dal desiderio di quiete e di raccoglimento per i suoi studi: un letterato nel senso moderno della parola e al tempo stesso un intellettuale "impegnato", coinvolto anche con passione nella politica. Dalla Provenza, che abbandonò spesso per i tanti viaggi che compiva, si staccò solo nel 1353, dopo un quindicennio in cui aveva maturato il meglio della sua poesia. Nel 1340 ricevette contemporaneamente due proposte di incoronazione poetica: una da parte dell'Università di Parigi, l'altra dal Senato di Roma. Dopo qualche incertezza scelse la seconda: nel 1341 si sottopose a Napoli all'esame di Roberto d'Angiò, il re umanista. Forte di tale riconoscimento, in quell'anno stesso, il giorno di Pasqua (8 aprile) ricevette solennemente in Campidoglio la corona di poeta, che, in segno di umiltà, depose sulla tomba di San Pietro. Ma neanche questo servì a comporre la sua crisi; proprio in quegli anni 1342-43 scrisse il Secretum, amara confessione in forma di dialogo con Sant'Agostino delle proprie debolezze di uomo e della difficoltà di raggiungere la cristiana virtù. Proprio in quegli anni cominciò a dare forma alle rime del Canzoniere. Intanto soggiornava brevemente a Pisa, a Selvapiana di Parma, ad Avignone, nei «luoghi descritti da Virgilio» (Pozzuoli, Baia, il lago di Lucrino e quello d'Averno, il Falerno), quindi di nuovo a Parma. Nel 1347 era di nuovo in viaggio per Roma, dove Cola di Rienzo aveva conquistato il potere e accendeva gli animi nel nome della libertà. P. aveva ormai largamente dimostrato le sue preferenze, sia con i sonetti antiavignonesi, sia con le epistole che, scritte fra il 1342 e il 1353, e poi nel 1359, intitolò Sine nomine; per questo, forse, aveva perduto l'amicizia dei Colonna. Ma in viaggio, a Genova, lo raggiunsero le notizie del fallimento di Cola – al quale aveva diretto un'ecloga latina e la famosa Hortatoria – e, cadute le speranze di un risorgimento popolare nel nome di Roma, decise di rientrare. Andò a Verona, a Ferrara, a Padova, a Mantova, a Firenze dove incontrò Boccaccio, a Roma per il Giubileo e poi si fermò ad Arezzo. Il 19 maggio del 1348 segnò sul codice del suo Virgilio la notizia della morte di Laura, avvenuta durante l'epidemia di peste che infuriava in Europa. Alcuni anni più tardi (1361) ancora la peste doveva privarlo del figlio Giovanni, avuto nel 1337 da una oscura donna di Avignone (da un'altra aveva avuto nel 1343 la figlia Francesca). Nel 1351 rientrò in Provenza, che abbandonò definitivamente nel 1353 per stabilirsi in Italia, dove la sua attività di diplomatico divenne più intensa: dal 1353 al 1361 fu a Milano, presso i Visconti, dove rivide più volte Boccaccio; dal 1361 al 1362 a Padova, presso Francesco da Carrara, e poi a Venezia, in Riva degli Schiavoni, dove la Serenissima gli aveva assegnato un palazzo in cambio dell'impegno da parte del poeta di lasciare erede Venezia della sua ormai famosa biblioteca. Ma nel 1368 era di nuovo a Padova; nel 1370 partì per Roma, per incontrarsi col pontefice Urbano V, ma a Ferrara venne colto da una sincope e dopo essere rimasto trenta ore senza conoscenza si fece trasportare a Padova e di lì ad Arquà, sui Colli Euganei, nella casa dove aveva riunito la famiglia: la figlia Francesca, il marito di lei e la nipotina Eletta. Ad Arquà trascorse gli ultimi anni, mentre la sua salute andava peggiorando rapidamente. Scrisse delle lettere (l'ultima è indirizzata a Boccaccio) e la notte tra il 18 e il 19 luglio 1374 spirò, secondo la tradizione, col capo reclinato sull'amato codice dell'Eneide virgiliana (altri dirà sulle Confessioni di Sant'Agostino).

 

GIOVANNI BOCCACCIO

Scrittore italiano (Firenze o piuttosto Certaldo o, secondo alcuni, Parigi, 1313-Certaldo 1375). È uno dei più grandi novellieri del mondo e ha una sua importante posizione nella storia dell'Umanesimo. Come una delle "tre Corone" (Dante, Petrarca, B.), appartiene all'età di trapasso fra il Medioevo e il Rinascimento; come uomo di cultura partecipa a un mondo di rinnovamento nel ritorno all'antichità e alle lettere greche e latine e, come novelliere e poeta, riecheggia motivi letterari del tardo Medioevo romanzo, in particolare francese. La critica prima lo reputò più "moderno" di Petrarca, poi lo valutò nella sua complessa natura passionale e sentimentale intimamente connessa con la civiltà comunale al "tramonto" del Medioevo. Figlio naturale del mercante certaldese Boccaccio di Chellino (detto anche Boccaccino), dal padre, trasferitosi a Firenze, fu indirizzato agli studi commerciali e giuridici, ma con scarso frutto. Dapprima istruito da Giovanni da Strada (padre del suo amico Zanobi da Strada), venne inviato a Napoli, presso i Bardi, fiorenti per banche e mercanzie, coi quali il padre era in relazione di affari; in seguito venne introdotto alla corte del re Roberto d'Angiò. Giovanni, per sei anni in faccende di mercatura e per altri sei in studi canonici, non fece alcun profitto ma imparò a comprendere i classici antichi e a vivere nella splendida società del regno. Fu così familiare di valenti personaggi quali il genovese Andalò da Negro (dotto in astronomia) e Paolo da Perugia, bibliotecario (che lo istruì nella mitologia), mentre Dionigi da Borgo Sansepolcro e il notaio regio Barbato da Sulmona, ammiratori e amici di Petrarca, influenzarono la sua vita indirizzando verso l'Umanesimo i suoi studi, già condotti nella conoscenza del greco col monaco calabrese Barlaam (e poi approfonditi, dopo il ritorno a Firenze, sotto la guida dell'altro calabrese Leonzio Pilato, lettore in quello Studio e primo traduttore di Omero in latino). Forse a Napoli B. conobbe anche Cino da Pistoia in occasione di un viaggio del famoso giurista e poeta. L'amore della poesia interruppe decisamente gli studi legali. La leggenda, che molte tracce ha lasciato nella biografia del poeta, si è valsa di raffigurazioni autobiografiche riguardo all'amore per una gentildonna napoletana, celebrata col nome letterario di Fiammetta. A 23 anni, nell'ottavo anno di soggiorno a Napoli, B. incontrò nella mattina del sabato santo 1336, nella chiesa di S. Lorenzo, la giovane che la tradizione disse (tuttavia senza alcuna prova) Maria dei conti d'Aquino, figlia naturale del re Roberto e sposa di un gentiluomo di corte. Essa avrebbe spronato B. all'amore per la poesia, ispirandolo per opere oggi famose: il Filostrato, poema d'argomento classico in 9 canti, composto fra il 1337 e il 1339 e ambientato al tempo della guerra di Troia, vivace per episodi e analisi psicologica dei personaggi; il Filocolo, romanzo in prosa steso nel predetto periodo, ma finito a Firenze fra il 1341 e il 1345, rielaborazione, in alcune parti suggestiva per descrizioni della natura e analisi di caratteri, della storia leggendaria di Florio e Biancofiore; il Teseida (comunemente Teseide), poema in 12 libri, appartenente allo stesso periodo napoletano e impostato su vicende leggendarie delle Amazzoni, con episodi romanzeschi e quadri storici. § Ancora all'ispirazione di Maria d'Aquino sono dovuti: il Ninfale d'Ameto, detto anche Commedia delle ninfe fiorentine, favola idillico-allegorica in prosa intercalata da brani in terza rima sulle pene e le dolcezze d'amore nello sfondo della bella natura (l'opera fu compiuta verso il 1342); l'Amorosa visione, poema allegorico in 50 brevi canti in terzine (scritto nel 1342), con immaginazioni e dissertazioni simboliche sull'amore. Documento del legame fra B. e Maria d'Aquino (idillicamente condotto dal 1336 al 1339) fu l'Elegia di Madonna Fiammetta (1343-44, il primo romanzo psicologico moderno), dove l'autore, trascurato e infine abbandonato, finge che l'eroina stessa sia così maltrattata dall'infido Panfilo. Invece dai sospetti per la volubilità della sua amata (rispecchiati in un sonetto contro gli ozi di Baia) il giovane poeta passò alla più amara delusione. Nel frattempo Boccaccino ebbe dissesti nel suo commercio per il fallimento della banca dei Bardi e nel dicembre 1340 fece tornare il figlio a Firenze. Qui B. continuò a studiare i classici e a scrivere opere in volgare: da menzionare, per la loro importanza (oltre il Ninfale d'Ameto e l'Elegia di Madonna Fiammetta), l'Amorosa visione e il Ninfale fiesolano. Si sente, nelle descrizioni della natura e nell'esame psicologico dell'amore e di altre passioni, che l'autore ha fatto tesoro dei classici e che rende con vivacità l'ambiente sociale a lui contemporaneo, sia toscano sia napoletano. Apprezzato dai Fiorentini, B. fu mandato in ambasceria a Ravenna nel 1346 e 1347: le sue qualità di letterato sono riconosciute come degne di lode nella tradizione cancelleresca e diplomatica ai primordi dell'Umanesimo. Assente da Firenze durante la peste nera del 1348, per vari anni fu onorato e stimato dalla Repubblica ed ebbe incarichi onorevoli: nel 1350 fu inviato ambasciatore in Romagna con l'incombenza di dare dieci fiorini d'oro a Bice, figlia di Dante, monaca in Ravenna; nello stesso anno salutò fuori Firenze il suo ammirato Petrarca di passaggio da Parma a Roma per il giubileo e poi fu mandato a Padova, nuova dimora del poeta, per restituirgli i beni del padre, confiscati dopo il suo esilio, e per invitare l'insigne letterato a tenere lezione nello studio (ma il Petrarca non accettò di trasferirsi). Entrato nell'ufficio dei Camerlenghi del Comune, andò in ambasceria a Napoli e quindi nel Tirolo (da Ludovico di Baviera). Iniziato nel 1349, il Decameron venne da lui compiuto con assiduo lavoro nel 1351. L'opera, in prosa (con intercalati alcuni componimenti in versi), è preceduta da una famosa introduzione, che presenta una brigata di fiorentini, tre giovani e sette giovanette, i quali fuggono la peste (1348) e in villa trascorrono il tempo narrando novelle per dieci giornate. L'opera è detta anche Centonovelle ed è tutta varia per argomenti, per lo più amorosi, e celebre per le sue descrizioni realistiche e psicologiche che ne hanno fatto uno dei libri più citati nei secoli. Di un fatto, presto diventato leggendario, è giusto ora dire: quello della visita fatta a B., nella primavera del 1362, dal monaco Gioacchino Ciani, a lui mandato dal santo certosino senese Pietro Petroni, con l'invito a tralasciare le opere mondane e a scrivere opere ascetiche e religiose. § Si è affermato che lo scrittore rimase sconvolto per i danni che il Decameron (detto comunemente "prencipe Galeotto") avrebbe recato alle coscienze e che, aborrendo dallo stendere nuove opere mondane, si diede a studi eruditi e meditativi. In realtà, una vena di religiosità semplice, e forse anche popolaresca per sincerità e schiettezza, era sempre stata in B.: per di più egli aveva ricevuto gli ordini minori, dimostrando pietà e dedizione al suo ufficio sacro. Spinto da un'interiore forza a fuggire il mondo, B. scrisse a Petrarca per averne consiglio; e gli giunsero in risposta saggi e austeri argomenti. Giovanni li accolse e rimase fedele alla poesia; nello spirito dell'Umanesimo si diede a opere erudite. Già in passato si era sentito stanco e disilluso; quando una vedova gli negò amore (1354), inviperito scrisse il Corbaccio per combattere l'intero sesso femminile. Ma il pensiero della morte era già in lui e non credeva più che bagordi e amori potessero dare gioia: del resto, i fervori della giovinezza e lo splendido sfondo della marina di Napoli erano dimenticati. Con rinnovato fervore scrisse opere latine di poesia e soprattutto di erudizione. In volgare stese però fino al canto XVII dell'Inferno il suo commento all'amato Dante Alighieri (per cui era stato incaricato dalla Repubblica di far pubbliche lezioni in Santo Stefano di Badia). Le opere di erudizione si andavano intrecciando con le incombenze assegnategli nella sua qualità di dotto; ma profondo era in lui il bisogno di solitudine e di meditazione. Tornò a Napoli, invitato da Niccolò Acciaioli e da Francesco Nelli, già priore dei SS. Apostoli a Firenze, e colà "spenditore" del gran siniscalco (1362), ma rimase deluso dell'accoglienza riservatagli. Andò anche a Venezia a trovare l'ammirato Petrarca, sua guida intellettuale e morale. Per mandato dei Fiorentini si recò come ambasciatore presso Carlo IV imperatore e anche presso papa Urbano ad Avignone e poi a Roma. Un nuovo viaggio a Venezia, dove in assenza di Petrarca (1367) lo accolse la figlia Francesca, e un ritorno a Napoli (1370) sono estremi atti di pubblici uffici. Non resta che la solitudine tranquilla di Certaldo, intramezzata da qualche viaggio a Firenze. L'incarico di leggere la Divina Commedia ai Fiorentini e di spiegarla con un commento erudito, come si compete ai libri dei classici, è interrotto da incomprensioni e dissapori, dopo 60 lezioni svolte fervidamente e con grande cura. La malattia (anche la scabbia noiosissima) e le tristezze incombenti in un animo semplice e buono spiegano la grande ultima dedizione alla cultura, con ricerche un po' affastellate, con un impegno da neofita. Ma c'è in lui un sentimento della vita che continua, come già nei poemi, nelle liriche e nelle novelle, per il desiderio di tutto conoscere del mondo degli uomini, dalla genesi delle passioni alla religione: Petrarca gli fu guida nel fondere l'esigenza morale del mondo pagano con gli aneliti del mondo cristiano. Se le opere volgari, e in particolare le più rappresentative accanto al Decameron, il capolavoro, meritano di essere illustrate a parte per la loro importanza storica, gli scritti di erudizione vanno qui presentati nella loro complessità. Sono documento di umanesimo e offrono elemento di meditazione storica e letteraria. Un tenace studio degli antichi è attestato da un componimento poetico, Bucolicum carmen, dove si raffigurano, al modo delle Bucoliche virgiliane, eventi contemporanei. Recano traccia di un tentativo di sistemazione storica, date le innumerevoli fonti usate, il De casibus illustrium virorum in 9 libri, in cui le ombre dei grandi infelici, da Adamo al cacciato Duca d'Atene e a Petrarca, in sogno narrano a B. le proprie sventure, e il De claris mulieribus, dedicato ad Andreina, contessa d'Altavilla, sorella del gran siniscalco Acciaioli, con biografie di illustri dame, dall'antichità a Giovanna regina di Napoli. Quest'ultima opera appare come un complemento al De viris illustribus di Petrarca e ha pagine brillanti e sagaci che vanno collegate con quelle più tipiche delle opere in volgare per un fresco abbandono alla vita, alla grazia delle donne e perfino alla loro inimitabile malizia. In apparenza farraginosa per il modo di esporre, ma insigne per lo sforzo di fondere più tradizioni culturali e tendenze fra loro contrastanti, è la Genealogia deorum gentilium in 15 libri, ricchi di citazioni e dissertazioni in campo mitologico. Anche nel Commento alla "Commedia" si nota il tentativo di spiegare razionalmente il mito, scorgendo dantescamente nella poesia un «velame delli versi strani». Meramente erudito ma denso di riferimenti a tutta l'antichità è il De montibus... con un lungo titolo dove si citano selve, laghi e altri luoghi naturali in una fitta nomenclatura. Negli ultimi anni della sua vita solinga e meditativa, B. apparve simbolo di poesia e di cultura. Spentosi il 21 dicembre 1375, B. venne sepolto in Certaldo, nella chiesa dei SS. Michele e Iacopo, con un'epigrafe di Coluccio Salutati e un busto dove è raffigurato in veste d'umanista; e come tale anche Andrea del Castagno lo dipinse, a Firenze, in Sant'Apollonia. I suoi libri passarono a Fra' Martino da Signa, nel convento di S. Spirito, a Firenze.


Scheda di lettura
“Il nome della rosa” - di U. Eco

1.    GENERE: 

Questo romanzo lascia ben tre diverse modalità di interpretazione. Infatti, questo libro si può leggere come un romanzo poliziesco, come una cronaca medievale o come un racconto ideologico a chiave allegorica.

2.    FABULA E INTRECCIO:

A)Fra Guglielmo da Baskerville, ex inquisitore, è giunto insieme ad un suo discepolo, Adso, nell’abbazia dove era stato inviato dall’imperatore per una sottile ed imprecisa missione diplomatica. Qui trova l’abate che, oltre ad accoglierlo, gli chiede di indagare su strani avvenimenti che accadono all’interno del monastero e sull’altrettanto strana morte di Adelmo da Otranto, un giovane miniaturista ritrovato morto in fondo alla scarpata dominata dal torrione est dell’Edificio. Guglielmo accetta volentieri questo incarico con il quale pensa di mettere alla prova il suo intelletto, ma ben presto si accorge che questa indagine è molto più complicata del previsto perché l’abbazia nasconde mille insidie e segreti. Nei sette giorni seguenti si susseguono le morti di altri sei monaci, che sembrano rifarsi alle sette trombe dell’Apocalisse di San Giovanni, ma che in realtà sono legate alla voglia che sfoglia la cupidigia di sapere ed in particolare ad un libro misterioso. In ogni modo alla fine Guglielmo riuscirà ad arrivare alla soluzione di questo complicato dilemma con l’aiuto del suo intelletto e del fedele Adso.

B)Fabula e intreccio non sempre coincidono (presenza di alcuni flashback).

3.    PERSONAGGI:

Principali, ossia Guglielmo da Baskerville, un monaco francescano con un passato legato all’inquisizione, protagonista della storia, e il suo fedele aiutante Adso, un novizio dell’ordine benedettino, entrambi presentati in modo diretto e caratterizzati culturalmente, psicologicamente, socialmente e ideologicamente. 

Secondari, ossia Remigio da Varagine (il cellario del monastero che ha fatto parte del gruppo di Fra Dolcino), Adelmo da Otranto (un giovane monaco miniatore), Abbone (l’abate dell’abbazia), Salvatore (un monaco dall’aspetto animale che ha fatto parte del gruppo di Fra Dolcino), Ubertino da Casale (un monaco francescano diventato poi benedettino), Severino da Sant’Emmerano (il padre erborista), Berengario da Arundel (l’aiuto bibliotecario), Malachia da Hildeshein (bibliotecario), Venazio da Salvemec (un monaco traduttore dal greco all’arabo), Bencio da Ursala (un monaco scandivano esperto in retorica), Jorge da Burgos (un vecchio monaco cieco che fa profezie), Nigola da Morimondo (Mastro vetraio), Aymaro da Alessandria (un monaco amanuense ostile a tutti i monaci stranieri), Alinardo da Grottaferrata (il monaco più vecchio dell’abbazia), Bernardo Gui (spietato inquisitore), che sono presentati sempre in modo diretto e sempre caratterizzati culturalmente, psicologicamente, socialmente e ideologicamente.

4.    LUOGHI DELLA NARRAZIONE:

Sono a volte esterni a volte interni, la vicenda si svolge nell’alta Italia nell’ultima settimana del novembre 1327.

Le descrizioni, effettuate dal narratore, sono brevi o lunghe, intervallate o dettagliate a seconda dell’importanza che hanno nell’economia dell’opera.

5.    TEMPO:

La durata complessiva della vicenda narrata è di sette giorni divisi nelle varie ore liturgiche. Sono presenti tecniche connesse alla durata della storia come:

_scene (sono, infatti, numerose le sequenze dialogate).

_sommari (presenti all’inizio di tutti i capitoli).

6.    IL NARRATORE.

·        Il narratore è un personaggio della storia.

·        Il narratore racconta come interno alla storia.

·        La narrazione avviene in prima persona.

·        Il punto di vista del narratore è a focalizzazione zero o onnisciente (il narratore, infatti, narra la storia dopo che questa è avvenuta.

7.    LINGUA E STILE:

Le tecniche usate dall’autore per trasmettere le parole, i pensieri, le emozioni dei      personaggi sono il discorso diretto e quello indiretto.

Il lessico usato più frequentemente dall’autore è comune, ma a volte anche arcaico (a volte ci sono parti di testo interamente in latino) e aulico (sono, infatti, usati termini tipici di un linguaggio colto).

Nel testo sono presenti numerose figure retoriche, soprattutto nelle parti del testo dove si discutono concetti filosofici.